Simile a Sp. Avena fatua e generalmente glauca e glabrescente; foglie larghe 8-15 mm; pannocchia ampia e ricca; spighette con 2-3 fiori non articolate sulla rachide e quindi persistenti dentro alle glume fino a quando non si rompe la rachide stessa; glume 20-30 mm; lemma 20 mm, glabro o con pochi peli basali, con resta di 3-5 cm. Coltivata comunemente soprattutto nel Settentrione, e spesso inselvatichita.
Nota - Non si conosce allo stato spontaneo: probabilmente ottenuta per selezione da Sp. Avena fatua oppure Sp. Avena sterilis nelle zone montuose dell'Europa meridionale e già diffusa in coltura nell'età del bronzo. Veniva usata soprattutto per l'alimentazione umana e come foraggio per i cavalli, però la sua importanza è negli ultimi secoli assai diminuita e la coltura è oggi in regresso. Strettamente collegata è A. orientalis Schreber (A. sativa var. contratta Neilr.), che ha pannocchia contratta, lineare, strettamente unilaterale: questa avrebbe origine centro asiatica (Kazhakistan?) e sarebbe stata introdotta in Europa dalle popolazioni indo-europee migranti da Est nell'età del ferro; la coltura ne è oggi quasi abbandonata.
Il nome Avena è noto già dall'antichità e viene usato dagli Autori latini, ad es. Vairone. Secondo Hehn esso si collega al paleoslavo ovisu, (lituano owiza, pruss. vyse, wisge) ed al sanscrito avasa. È stato supposto che derivi dal nome della pecora (lat. ovis), ma questa etimologia appare fantasiosa; si tratta piuttosto di un'antica radice indoeuropea.

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