Viola del pensiero

Viola tricolor

Fusti ascendenti o eretti, ramificati e fogliosi, glabri o con peli brevi. Stipole con segmento apicale lanceolato, intero o crenato sul bordo, e 4-10 piccoli segmenti laterali, addensate alla base o più o meno regolarmente pennate, inferiormente spesso pennatifide; foglie inferiori con lamina cuoriforme a ovale, le superiori fino a lanceolato-cuneate, tutte crenate. Sepali 8-16 mm; corolla 1-2.5 cm, violetta, gialla ovvero bi-tricolore, con petali superiori sempre più lunghi del calice; sperone sottile, 3-6 mm.
La distribuzione in Italia è mal nota, a causa di confusione con Sp. Viola arvensis-Sp. Viola hymettia; Italia Settentrionale: C (?), segnalata in molti posti della Penisola, ma da verificare.
Nota - Le Viole del Pensiero coltivate derivano probabilmente, almeno in parte, da Sp. Viola tricolor, attraverso ibridi con V. lutea Hudson (Europa Centr. e Settentrionale), V. altaica Ker-Gawl. e forse altre specie; sono indicate come V. hortensis Auct. oppure V. X wittrockiana Gams. La coltura sembra sia stata iniziata in Inghilterra ai primi del secolo XIX, ed ha portato rapidamente alla selezione di un incredibile numero di cultivar e cloni con i petali dei colori più diversi.

Viola mammola

Viola odorata

Stoloni allungati, striscianti, radicanti al 1° anno, ma fioriferi al 2°. Foglie tutte in rosetta basale; stipole largamente ovali, con frange brevi (< 1 mm), ghiandolose; lamina rotondato-reniforme, con larghezza massima alla metà ed insenatura basale profonda. Peduncoli fiorali inseriti sulla rosetta portanti una brattea alla metà o più in su; sepali ovali, ottusi; corolla diametro 1.5 cm, violetto-scura (raramente bianca), profumata; sperone 6 mm circa; peduncoli fruttiferi prostrati; capsula subsferica, con fitti peli brevi.
Etimologia: l’epiteto del genere è il nome latino viola, -ae, f. = “viola, violetta; violacciocca” [Virgilio, Plinio] che i Romani utilizzavano per indicarne le specie; Alessandro de Théis (1765-1842), nel suo Glossario di botanica (1810), dice che «Viola nome greco venuto dalla Ninfa Io. I poeti hanno supposto che dopo la di lei metamorfosi in vacca, sia comparsa la viola per servirle di pascolo» (per il racconto della leggenda vedi oltre). L’epiteto specifico è l’aggettivo latino odoratus, -a, -um = “profumato” [Ovidio, Sesto Properzio 4, 3, 64], con allusione al profumo dei fiori.
Sinonimi: nessuno.
Nomi volgari: Viola mammola, Viola maura, Viola odorata, Viola odorosa (italiano). Liguria: Vioretta (Porto Maurizio); Viuetta (S. Maria di Libiola); Viuleta (Sarzana); Viuvetta (Genova). Piemonte: Violitta, Vioritta (Asti); Viuletto (Val S. Martino). Lombardia: Vioela campagnola (Mantova); Vioela sopa (Brescia); Viola zoppina (Como). Veneto: Viola sota; Ciocchette, Viola zotta (Venezia); Fior de San Bastian, Fior de Zennar (Verona); Vivuola, Vivuola a ciochette (Padova); Zoppina (Treviso). Friuli: Viole. Emilia-Romagna: Viola zopa (Romagna). Toscana: Mammola, Mammoletta, Mammolina, Viola mammola, Viola maura, Violacea, Violetta, Vivola mammola. Abruzzi: Vijole; Viola di S. Giuseppe (Larino). Calabria: Roseviole. Sicilia: Viola di jardinu. Sardegna: Balcu, Bascu, Violedda.
Forma biologica e di crescita: emicriptofita scaposa. Tipo corologico: euromediterraneo. Diffusa nei Pirenei, sul Massiccio Centrale, sul Massiccio del Giura, sui Vosgi, nella Foresta Nera, sulle Alpi, Appennini, Alpi Carniche, Alpi Dinariche, Monti Balcani.
Fenologia: fiore: II-IV, frutto: III-V, diaspora: IV-VI.
Limiti altitudinali: dal piano a 1200 m di altitudine. Abbondanza relativa e distribuzione geografica in Italia: nel nostro Paese la specie è comune in tutto il territorio continentale e insulare.
Habitus: erbacea perenne, acaule, pubescente, alta dagli 8 ai 15 cm e caratterizzata da un grosso rizoma da cui partono numerosi stoloni aerei sottili, striscianti e radicanti, che portano fiori e foglie soltanto nel secondo anno di vita; nella sua parte inferiore il rizoma è provvisto di numerose radichette sottili.
Foglie: le foglie, sorrette da piccioli lunghi fino a 5 cm con peli rivolti verso il basso, sono tutte riunite in rosette basali e hanno la lamina di forma arrotondato reniforme sugli stoloni dell’annata, largamente ovali e profondamente cordate alla base, ottuse, crenate al margine sui fusti fioriferi, generalmente pubescenti; la pagina inferiore è talvolta lucente. Alla base delle foglie sono presenti alcune stipole fogliacee, glandulose e largamente ovali, larghe fino a 4 mm, a margine intero e un po’ cigliate.
Fiore: i fiori, larghi 1-2,5 cm, che sbocciano solitari alla sommità di lunghi peduncoli, glabri o raramente pelosi, muniti a metà lunghezza di due bratteole, sono intensamente profumati. Il calice è composto da 5 sepali ovali, ottusi all’apice, quasi uguali, prolungati alquanto al disotto della loro inserzione; la corolla, irregolare, è formata da 5 petali ineguali, i due laterali barbati alla base e patenti e i due superiori glabri e diretti in alto, di una colorazione viola più o meno scura, con la base bianchiccia e linee violacee sui tre petali inferiori, oppure bianchi, quello inferiore, più grande, è prolungato in uno sperone sottile e diritto, lungo all’incirca 6 mm. Androceo di 5 stami, a filamenti brevi allargati e muniti, nei due inferiori, di una appendice nettarifera che si prolunga nello sperone, con il connettivo delle antere prolungato oltre le logge polliniche in forma di squametta. Gineceo con ovario uniloculare, pluriovulato, sormontato da un corto stilo ricurvo ad uncino.
Frutto: il frutto è costituito da una capsula subglobosa involucrata dal calice persistente, dalla superficie leggermente pubescente o più raramente glabra, loculicida, deiscente a scatto per tre valve, che cade a terra ancora chiusa; peduncolo fruttifero ricadente.
Semi: molti semi, piccoli, sferici, bruni, muniti di una piccola caruncola arilloide, diffusi dalle formiche.
Polline: granuli pollinici monadi, di dimensioni medie (26-50 mµ), sferoidali; perimetro in vista equatoriale: circolare, tricolporati; esina: granulata-perforata, eutectata. L’impollinazione è entomofila.
Numero cromosomico: 2n = 20.
Sottospecie e/o varietà: nessuna.
Habitat ed ecologia: boscaglie e boschi aridi, margini dei boschi, siepi, prati, luoghi ombrosi, margini stradali; di solito in terreni ricchi di elementi nutritivi e leggermente azotati, indifferente al substrato; pianta diffusa; spesso inselvatichita lungo le strade vicino a luoghi abitati.
Syntaxon (syntaxa) di riferimento: Galio-Alliarietalia.
Life-strategy (sensu Grime & Co.): Stress tolleranti (S).
IUCN: N.A..
Farmacopea: tutte le parti della pianta contengono un alcaloide amaro affine all’emetina (violina), un glucoside (viola quercitrina), un olio di colore verde intenso, e i fiori in particolare, irone, ionone, un pigmento azzurro che arrossa per azione degli acidi ed inverdisce per quella degli alcali, cosicché può essere usato come reattivo chimico; inoltre acido salicilico e zuccheri e il rizoma anche amido e mucillaggine, oltre ad una proporzione particolarmente abbondante di violina, un glucoside contenente salicilato di metile, acidi organici, tannini. I fiori hanno proprietà bechiche, diaforetiche ed emollienti e se ne prepara, a tale scopo, uno sciroppo (petali freschi di Violette g 100, acqua bollente g 1.000, infusione per 12 ore in recipiente coperto, filtrare, lasciare depositare per qualche ora, decantare il liquido limpido ed aggiungervi g 1.800 di zucchero, Leclerc). Quanto al rizoma, impiegato come emetico, si usa in decozioni di 15-20 g su 300 di acqua da bollirsi sino a riduzione a metà del liquido. Una azione espettorante si ottiene con dosi più deboli, sia del rizoma stesso (4-5 g su 300 d’acqua bollita sino a riduzione a metà ed edulcorata), oppure con 1 cucchiaio da tè di foglie e fiori per tazza in infuso (3 tazze al giorno), ovvero ancora semplicemente con i fiori mescolati al tè. La pianta ha anche un impiego esterno, mediante infusi e cataplasmi, sulle irritazioni della bocca e della gola, sulle eruzioni cutanee, le contusioni, le ragadi e le scottature. I petali della Viola mammola, mescolati alle insalate, le rendono leggermente lassative.
Usi: l’olio distillato dai suoi petali è usato quale aroma alimentare, nonché per ottenere una dolcissima essenza chiamata parfait amour, utilizzata dall’industria profumiera. I fiori sono utilizzati dai pasticceri che ne ottengono canditi e dall’industria confettiera per produrre fiori freschi cristallizzati nello zucchero. I bonbons à la violette sono una specialità della città di Tolosa in Francia. Le foglie servono da nutrimento a diverse specie di farfalle: Argynnis adippe, Argynnis niobe, Issoria lathonia, Boloria dia.
Curiosità: in tempi meno attenti all’igiene, i fiori di Viola odorata venivano sparsi sui pavimenti di case e chiese per profumare l’aria e nascondere così l’odore di umido e di muffa, sebbene il profumo di questa Viola si disperda nell’aria non appena la si coglie. Ma proprio questa caratteristica ne determinava l’uso: il fiore produce, infatti, anche una sostanza detta ionina, che smorza il senso dell’odorato, cosicché non solo svanisce il profumo di Viola, ma anche ogni altro odore. Ci se ne può rendere conto annusando una Viola, finché non se ne sente più il profumo; poi, la si tiene un attimo lontano e la si annusa di nuovo: il profumo ricomparirà fino a quando la ionina non eserciterà di nuovo la sua efficace azione. I Greci ed i Romani usavano spesso la Viola mammola per ornare le tavole imbandite perché pensavano che servisse a combattere l’ubriachezza. Quando Joséphine Beauharnais incontrò per la prima volta Napoleone gli donò un mazzolino di Viole mammole che adornavano il suo vestito. L’imperatrice adorava questi fiori, tant’è vero che ne riempì i suoi giardini e li volle ricamati sull’abito da sposa. Circondato da così tante Viole, Napoleone le adottò anche per l’amante, Maria Walewska, alla quale scriveva nell’aprile del 1807: «Maria, mia dolce, accetta questo mazzolino di Violette e possa diventare un misterioso legame fra noi, un vincolo segreto in mezzo alla folla che ci circonda. Esposti agli sguardi altrui potremo così capirci: quando porrò la mano sul cuore saprai che esso è ricolmo di te e per rispondere tu premerai al seno i tuoi fiori. Amami, mia dolce Maria, e che la tua mano non si stacchi mai da queste Violette». Alla partenza per l’esilio dell’Elba, era ormai talmente dominato dal pensiero di questi fiori che promise di tornare a Parigi «alla stagione delle Viole». E i bonapartisti ne fecero il loro fiore, contrapponendolo ai Gigli dei Borboni.
Miti e leggende: narra la leggenda di una ninfa fluviale, Io, così seducente che persino Zeus non resistette alla tentazione di amarla. Un giorno le ordinò in sogno di recarsi sulle rive del lago di Lerna dove si sarebbe dovuta abbandonare all’amplesso del re degli dei. Io, sconcertata, si confidò col padre il quale prudentemente volle consultare gli oracoli di Dodona e Delfi: gli risposero di obbedire se non voleva essere fulminato insieme con tutta la casa. Mentre Zeus si abbandonava alle gioie dell’amore, Era, volgendo lo sguardo verso l’Argolide, si accorse di una densa nebbia in pieno giorno che non sembrava sorta dal fiume o dall’umidità del suolo e aveva creato in un certo sito una cappa di oscurità impenetrabile. Ben conoscendo le scappatelle del marito, che lei aveva spesso colto in flagrante, scese sulla terra ordinando alle nebbie di dissolversi. Ma il divino consorte, avendo presentito l’arrivo della gelosissima moglie, aveva già tramutato Io in una bianca giovenca. Era, che osservava con sospetto quell’animale d’inquietante bellezza, gli chiese di donarglielo. Il re degli dei non sapeva che fare: alla fine, per evitare che un rifiuto potesse aggravare la situazione già delicatissima, le consegnò la giovenca, sia pure a malincuore. Per evitare che la bestia misteriosamente sparisse, la dea l’affidò ad Argo dai cento occhi. Proprio allora cominciarono le prove di Io che prese a errare senza pace. Ma non sapeva come nutrirsi perché non amava il cibo delle giovenche: sicché Zeus, temendo che morisse, fece nascere dalla terra la Viola mammola che la ricordava nel nome, ion, e divenne il suo cibo. La leggenda ha un seguito, ma ininfluente, ormai, allo scopo di spiegare l’etimologia del nome generico di questa specie. Una versione del mito frigio di Attis narra che il giovane, impazzito per opera della dea Agdistis, la quale non voleva si sposasse con la principessa Atta, figlia del re Mida di Pessinonte, si evirò sotto un pino e morì. Dal suo sangue crebbero Viole dai petali rosseggianti. Disperata per la sua morte, anche Atta si uccise e dal suo sangue nacquero altre Viole. Il culto in onore di Attis, che si praticava nella Roma imperiale, prevedeva che il 22 marzo, detto dies violae, il giorno della Viola, si svolgesse una processione sacra durante la quale si trasportava un tronco di pino ornato di ghirlande di questi fiori (cfr. Arnobio, Adversus nationes, V, 7, 5 ss.). Si racconta che Ione - il capostipite degli Ioni, il cui nome presenta la stessa radice della parola greca che designa la Viola - dopo avere inseguito a lungo un cinghiale, giunse alle rive dell’Alfeo dove le Ioniàdes, le ninfe delle Viole, gli offrirono una corona intrecciata di Viole gialle, simbolo di regalità divina e umana, con la quale egli ricevette l’investitura della Pisatide. Perciò questi fiori furono detti gli ánthe Iaonínthe, i fiori della Ionia (cfr. Nicandro in Ateneo, 683 A) Gli ateniesi, che si vantavano di essere discendenti degli Ioni, avevano una particolare predilezione per la Viola, tanto è vero che si dicevano “coronati di Viole” e chiamavano la loro stessa città, come ci ricorda Pindaro (fr. 46), iostéphanoi Athênai, Atene coronata di Viole, cinta con il fiore sacro che conferiva regalità e potenza. Ma coronate di Viole erano anche molte dee, da Afrodite alle Muse, da Thetis a Core: quest’ultima per ricordare che nel prato dov’era stata rapita vi era, accanto al Narciso e ad altri fiori, anche la Viola (Bacchilide, III, 3; VII, 22). Sicché non sarebbe del tutto infondato ritenere che in epoca arcaica la Viola fosse l’attributo di una divinità androgina.
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(a cura di Giuseppe Laino)