Lino coltivato

Linum usitatissimum

Simile a Sp. Linum bienne, ma sempre annuo; fusti tenaci, ge-neralmente semplici; foglie lineari-lanceolate, le maggiori di 3-4 X 20-30 mm, 3ner-vie; sepali cigliati 6-9 mm; petali lunghi 3 volte il calice, di un azzurro più intenso; capsula 6-9 mm Usi, Orig. e Variab. - Sp. Linum usitatissimum è nota solo come sp. coltivata oppure inselvatichita in seguito a colture, nel bacino mediterraneo e nelle aree limitrofe dell'Europa Media ed Asia Occid.; non pare che essa cresca in nessun luogo come pianta veramente spontanea. Se ne distinguono due tipi, e cioè la var. usitatis-simum (= var. vulgare Boenn.) coltivata per la fibra, e la var. humile (Miller) Pers. (= var. crepitans Boenn.) coltivata per il seme. La fibra ottenuta per macerazione dei fusti all'aria oppure in acqua, e successiva battitura e filatura, è da tempo immemorabile il più importante tessile per i popoli europei e mediterranei, e solo nell'ultimo secolo è stata in gran parte sostituita da altre fibre vegetali (cotone, juta) o sintetiche; in Italia la coltura ne è quasi abbandonata. Dal seme si ricavano una farina alimentare (oggi usata soprattutto in zootecnia) ed un olio di alto valore dietetico (per la presenza di acidi grassi fortemente insaturi); essi hanno inoltre uso officinale. L'origine del Lino coltivato è incerta. I reperti più antichi risalgono a circa 5000 anni fa, sia in Mesopotamia che in Egitto e presso i palafitticoli del Neolitico recente in Svizzera. Generalmente si ammette che possa esser derivato da Sp. Linum bienne, probabilmente per progressivo ingentilimento ad opera dell'uomo, mediante un accorciamento del ciclo vitale da pianta perenne a pianta annua; le maggiori dimensioni del fusti e del frutto sono verosimilmente il risultato della selezione dei ceppi con la fibra più lunga e con i semi più grossi. Anche Sp. Linum collinum viene ricordato fra i possibili parenti del Lino coltivato. Del tutto isolata l'opinione dello Strobl (Fl. d. Aetna n. 1193), che suppone una derivazione da un tipo a foglie lanceolate di Sp. Linum narbonense, da lui osservato pr. Catania e nominato L. catanense Strobl. Non è escluso che il Lino possa esser stato specializzato indipendentemente in più luoghi e forse da parenti diversi, come si potrebbe dedurre dalla sua presenza presso popoli lontani e dall'esistenza di due distinte denominazioni presso i popoli indoeuropei: (a) Unum (lat.), da cui l'ital. lino, franc., lin, ted. Lein, serbo-croato lan e (b) flahs (antico alto tedesco), da cui il ted. Flachs, ingl. fiax.Bibl.: Kulpa W. und. Danert S., Kulturpflanze Beih. 3: 341-388 (1962).